Antonio Meneghetti: ontopsicologo
Cosa unisce un ex frate francescano, l’ex Vj Andrea Pezzi e Silvio Berlusconi?
Cosa unisce un ex frate francescano, l’ex Vj Andrea Pezzi e Silvio Berlusconi?
Il titolo dell’articolo dell’inglese The Indipendent suona più o meno così in italiano “Turisti attenzione: se è divertente l’Italia ha qualche legge per vietarlo” e continua con:
The nation’s mayors have been given carte blanche to write laws to address their own particular security hang-ups. The result is a blizzard of new rules and regulations that threatens to turn the bel paese into the biggest nanny state of them all.
Come già ho evidenziato in precedenza l’Italia è diventato uno stato baby-sitter, dove ad esempio il sindaco di un non so che cazzo di paesino ha pensato di vietare l’uso nei bar delle cannule che vanno a pescare da un bicchiere unico per questioni di igiene pubblica. Il prossimo passo quale sarà, bandire la bevuta di gruppo “a canna” da bottiglie e lattine?
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Meno male che a volte invece di applicare i divieti qualcuno usa il cervello e li abolisce. Leggo ora su Repubblica.it:
C’è invece chi i divieti decide di toglierli. Il 13 agosto, un uomo che leggeva un libro sdraiato sul prato di Campo Marzo a Vicenza è stato multato di 50 euro, in base a un’ordinanza del 2002, che vietava di adagiarsi sull’erba di alcuni giardini pubblici. Divieto, che il Comune ha deciso però di togliere per permettere di “stendersi sull’erba: cosa che tranquillamente avviene in tutti i più bei parchi del mondo”.
Al contrario in una spiaggia di Olbia stanno male “multa fino a 360 euro per chi fuma in spiaggia” mentre a Eboli stanno malissimo “per un bacio in auto a Eboli si sborsano 500 euro”. Ma come si fa ad accettare una restrizione così evidente della libertà personale?
Questa società ultra regolata non mi piace. Queste deleghe straordinarie ai sindaci in nome ovviamente della mitica “sicurezza” poi creano anche dei disagi i quali vengono sistematicamente ignorati. Non passa giorno in cui privacy e libertà personale dei cittadini non vengano barattate con delle dosi striminzite di “sicurezza” vera o presunta. Il trucco sta appunto nel fatto che quest’ultima non è misurabile, i dati possono essere sempre confutati dalla “sicurezza percepita”, vai un po’ a misurarla quella!
Tutta la baracca torna comoda ai politici perché possono agitare la (micro)criminalità come uno spauracchio e raccogliere voti promettendo di somministrare dosi da cavallo di “sicurezza”. E quindi giù con l’esercito, le telecamere, le intercettazioni, le impronte digitali. Tutti potenziali scippatori, stupratori, truffatori, magnaccia. È una società basata sul sospetto e sulla presunzione di colpevolezza. Qui viene ribaltato il diritto. Ma l’opinione pubblica vuole sicurezza, quindi gli si dà quella e si prende in cambio tutto il resto.
Bella merda, continuate così.
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La puntata speciale di Studio Aperto di ieri notte, dedicato alla morte di Federica Squarise, descrivendo la cittadina spagnola di Lloret De Mar è stato categorico: lì vanno i ragazzi tra i 17 e i 22 anni, a Ibiza ci trovate i venticinquenni, mentre i trentenni preferiscono la Grecia. È già sballo globale.
“Fiumi di alcool” — assicura un ragazzo italiano quasi afono con gli occhialoni a goccia che ha perso la voce la sera prima gridando dietro alle tedesche. E c’è da credergli: l’ingresso in alcune discoteche infatti è a prezzo modico (dieci euro) ma ci sono ben cinque consumazioni comprese. I cocktail sono a buon mercato, due euro e bevi fino a scoppiare. Gli shot di Tequila Bum-Bum nei bar li paghi novanta centesimi contro i cinque euro di Milano, ci informa sempre la giornalista di Studio Aperto.
E la droga? Non c’è problema: pasticche e cocaina si trovano ovunque e servono per “darsi la carica” e tirare fino a tardi. La polizia locale “chiude un occhio”, anzi due, il turismo è tutto per la cittadina di Lloret de Mar che durante l’estate si gonfia fino a contenere trecentomila persone.
Insomma ‘sto posto sembra essere una figata, peccato che sono troppo cresciuto e i più informati mi dicono che dovrei puntare su Mykonos.
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Lo stanzone io e Manuel abbandonammo presto, ho scritto in precedenza. Io mi sistemai nella stanza di Kosta (al secolo Costantino), mentre quest’ultimo si spostò in una stanza più grande. Una volta nel nuovo appartamento incominciai ad ingranare e a mettermi al passo con i ritmi e le regole che vigevano tra gli OdC da tempo immemorabile.
La mia giornata-tipo era questa:
Espletata questa ultima incombenza noi obbiettori eravamo liberi. Di solito io me ne tornavo su in appartamento ad ascoltarmi un po’ di musica o sorbirmi dei video musicali su MTV (Erase & Rewind dei Cardigans è restato in heavy rotation per settimane) in attesa di cenare.
Per la cena, a meno di non provvedere di tasca nostra, eravamo in balia dei crudeli cuochi dell’istituto che ci rifilavano quello che avevo preparato poco prima per i reparti. Mi ricordo chiaramente teglie ricolme sugo di pomodoro e pasta variamente scotta. A volte uscivamo a prendere qualcosa, ma né il take away cinese né la pizze da asporto nei pressi erano così buoni da incoraggiarci a farlo spesso. E quindi mangiavamo il mangiabile che ci veniva passato dall’istituto e poi giù di cracker, grissini e altro cibo per riempire lo stomaco.
Pane, latte, caffè, i gelati in coppetta di cui andavamo ghiottissimi, piatti e posate di plastica e quant’altro potesse servire per una normale sopravvivenza venivano ordinati periodicamente tramite delle liste. Ci davamo i turni per compilare una lista per il cibo, una per la plastica e via di seguito. Avevamo anche dei turni rigidi per pulire le stanze in comune e il bagno. Dai turni non si scappava, perché erano scritti su di una lavagna presente in ogni ognuno degli appartamenti.
I compiti e i turni più gravosi venivano assegnati più spesso ai nuovi arrivi. Una seccatura ricorrente era il dover accompagnare in auto all’ora di pranzo una suora che era spesso in istituto in una chiesa poco lontano. Si prendeva quindi la Punto in dotazione, si faceva salire la suora, si evitava di imprecare durante il tragitto e la si scaricava infine davanti al sagrato. In sé non era niente di così difficile o noioso, ma noi OdC a quell’ora avevamo fame e l’unica cosa che volevamo fare era mangiare.
Questo articolo è stato pubblicato originariamente nel mio blog presso deelan.com.

Domenica notte sono tornato da Menorca, piccola isola delle Baleari (mappa). Ho fatto delle foto e Stoitch ne ha fatte delle altre (per vedere queste ultime occorre essere utenti MySpace).
La temibile formula roulette propostaci dall’agenzia di viaggi alla fine si è rivelata più che buona: Viva Menorca, l’aparthotel dove abbiamo alloggiato per una settimana, è situato a ridosso di Cap d’Artutx a sud di Ciutadella e la prima spiaggia bianca utile è Cala’n Bosch, a 5 minuti a piedi dalla struttura.
Poco più a nord di Cala’n Bosch si trovano invece Cala Blanca e Cala Santandria. Noi le abbiamo raggiunte in bicicletta, ma è stato allo stesso tempo faticoso e divertente perché ci sono alcuni tratti di strada tutt’altro che pianeggianti.
Per spostarci nel resto dell’isola abbiamo noleggiato una Nissan Micra con Betacar (210 euro per quattro giorni). I consumi della Micra sono molto ridotti e avendocela consegnata con metà serbatoio pieno non abbiamo nemmeno avuto bisogno di fare rifornimento.
Con l’auto abbiamo potuto spostarci in lungo ed in largo per l’isola: abbiamo visitato Ciutadella, i paesini di Es Mercadal e Fornells, le spiagge nei dintorni di Cala Turcheta (non ricordo i nomi) e le splendide Cala Macarella e Cala Macarelleta.
E poi birra, gin lemon (la tradizionale bevanda dell’isola), paella, pollo al curry ed altre prelibatezze.
Insomma, viva Menorca!
Come vi racconterò in questa rubrica in due puntate l’Istituto S. di Vicenza non è per me una semplice casa di riposo. Al S. svolsi il Servizio Civile come Obiettore di Coscienza (OdC) e quello che accadde in quei dieci mesi ha poco a che fare con una attività socialmente utile.
Era il Novembre 1998 quando arrivai un po’ spaesato alla segreteria del S. dove conobbi subito il mio primo collega, Manuel, anche lui come me con il morale a terra e fresco di cartolina di precettazione.
La responsabile ci aveva avvertito che per i ragazzi fuori città non sarebbe stato possibile tornare a casa la sera e che erano stati messi a disposizione due alloggi adatti allo scopo. Già ci immaginavamo la noia, la sofferenza dall’essere lontani da casa e dagli amici durante le serate dell’inverno che si avvicinava.
Il giorno seguente scoprii che la storia della permanenza forzata presso l’istituto era una balla, forse per giustificare chissà quali rimborsi elargiti da chissà quale ente. In realtà finito il turno giornaliero ognuno era libero di lasciare l’istituto per poi ripresentarsi il mattino seguente.
Pensai quindi che dopo i primi giorni avrei fatto quotidianamente il pendolare utilizzando il bus. Invece nei dieci mesi successivi tornai a casa solo per le festività e nei fine settimana, tale fu il divertimento nel passare le serate in appartamento o in giro per Vicenza con i miei colleghi.
Durante la mia permanenza al S. noi OdC rimanemmo sempre una quindicina, divisi in due appartamenti situati nello stesso edificio. Il più vecchio tra i due dava su Corso Padova, una strada piuttosto trafficata che parte dal centro città e prosegue verso la zona est di Vicenza.
In fondo all’appartamento più vecchio c’era il cosiddetto “stanzone”, una stanza grande e polverosa con una sola finestra adibita a dormitorio comune per i nuovi arrivati. La regola imponeva che le matricole soggiornassero nello stanzone finché un altro OdC con anzianità più elevata non avesse finito il suo servizio e avesse quindi liberato la propria stanza. A me e Manuel andò bene: dormimmo nello stanzone solo un paio di settimane per poi occupare una stanza ciascuno nell’altro appartamento.
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Abbiamo volato con Ryanair, partenza da Treviso arrivo all’aeroporto londinese di Stansted.
Quello di Treviso credo sia l’aeroporto più piccolo del mondo civilizzato: due (o tre?) banchi per il check-in, un nastro porta bagagli ed un piccolo bar con un po’ di panini. Più che un aeroporto sembra una stazione delle corriere. Stanno costruendo la nuova sede proprio di fianco, decisamente più imponente.
Stansted a differenza di Treviso è immenso, con un numero imprecisato di gate, negozi ed altre trappole per turisti. Le nuove, ridicole norme sulla sicurezza hanno reso più lente tutte procedure di imbarco e lunghe file di persone si creano in prima, dopo e durante il check-in.
Menzione speciale al treno che collega l’aeroporto di Stansted alla fermata della metro di Liverpool Street: quasi un’ora di viaggio per la cifra di sole 15 Sterline a cranio. Con Ryanair è possibile comprare i biglietti del treno durante il volo, fatelo e risparmierete qualche Sterlina.
Regent Palace, il nostro centralissimo Hotel su Piccadilly, ha del palazzo solo la forma visto che, a parte la ricezione, le stanze e i lunghissimi corridoi hanno un aspetto piuttosto squallido e il bagno in camera non c’è. Nella stanza trovate solo un lavandino mentre doccia e servizi igienici sono in comune. Che bellezza prenotare un hotel e ritrovarsi in un ostello.
La colazione in hotel veniva servita fino alle 10, troppo presto per noi, visto che ci alzavamo dopo le 11. Sabato quindi abbiamo fatto colazione al Donuts and Baguettes: ciambelle guarnite in ogni modo, belle da vedere ma pesantissime da digerire. Ne abbiamo prese sei ma ne abbiamo mangiate quattro.
Il Venerdì sera non sapendo bene dove andare e presi dai morsi della fame abbiamo cenato al Piazza, un ristorantino pseudo-italiano senza troppe pretese su di una traversa di Leicester Square. Io ho ordinato una pizza — grande la metà di quelle che si mangiano normalmente in Italia — e G. delle tagliatelle condite con un fantasioso mix di pollo, funghi e non ricordo cosa d’altro. Comunque il locale era accogliente e abbiamo conosciuto uno dei camerieri, italiano di Riccione, che stanco della monotonia della riviera dalla fine di Agosto si è trasferito a Londra.
Dopo cena abbiamo girovagato sempre nei pressi di Leicester Square intrufolandoci in un discobar su Old Compton Street. Una strana insegna al neon con su scritto Basement sopra alle scalette che apparentemente dovevano portare alla toilette ci ha incuriositi. Siamo scesi e abbiamo trovato una stanza con angolo bar dove un DJ con una console improvvisata faceva girare musica in stile electro.
Sabato mattina siamo finiti in un bar molto carino su Wardour Street e abbiamo fatto colazione con delle prelibate crepe dolci alla frutta: Strawberry Delight (fragola) e Bananalicious (banana), accompagnate da due bicchieroni di cappuccino.
Sabato abbiamo cenato alla Aberdeen Steak House su Piccadilly, dove abbiamo gustato un paio di piatti a base di carne veramente ottimi. Tomas, il simpatico cameriere che ci serviva si sforzava di parlare italiano, ma gli è sfuggito un “fuck” quando a fine cena gli ho fatto notare che nella fretta ci aveva portato il conto di un altro tavolo della bellezza di 60 sterline (circa 90 euro).
Dopo cena ci siamo diretti nei pressi di Leicester Square e ci siamo infilati dentro al Bar Soho, il quale alle 21.30 era già piuttosto affollato. Nel complesso un bel locale ma ci siamo rimasti poco visto che dopo le 22.30 è quasi impossibile muoversi. Dopo una certa ora (le 23?) l’ingresso diventa a pagamento, mentre uscivamo ho visto un paio di ragazzi allungare cinque Sterline ciascuno al tizio alla cassa.
Con la metro ci siamo spostati verso sud, siamo smontati alla stazione di Elephant & Castle e abbiamo raggiunto il Ministry of Sound, famoso club londinese.
Fila all’ingresso, metal detector, pagamento alla cassa (15 sterline), guardaroba (altre 2 sterline) e poi dentro. L’aria densa di fumo e vibrazioni house. Il Ministry ha due sale, quella principale e una rialzata chiamata VIP lounge. Una parte di quest’ultima non era accessibile ai comuni mortali, un omone sbarrava l’accesso ad una scaletta che portava ad un piano sopraelevato.
Tornando a noi, eravamo a bere davanti al banco del bar della VIP lounge quando si è avvicinata una ragazza bionda molto carina con un cappello di plastica giallo tipo Fireman americani e ci ha chiesto di raggiungere lei e le sue amiche in una stanzetta buia ai lati della sala. “Come with us!” ci gridava sorridendo. Noi la seguiamo e ci sediamo con loro per fare due chiacchiere. Al centro della stanza c’era un piccolo tavolo, alcuni bicchieri ed una bottiglia di vino, vuota.
Le ragazze stavano festeggiando il compleanno dell’amica che ci aveva avvicinato poco prima. Vengo a sapere che loro non sono di Londra e la festeggiata ha offerto un viaggio in Limousine e da bere a tutte. Io traduco a G. come posso, mi chiedono perché gli italiani siano “best in bed” (i migliori a letto) ed io faccio notare che mi sembra una domanda più da Sex and the City che da posata ragazza inglese.
Ogni due minuti entravano altre persone nella stanzetta, le ragazze gridavano e queste se ne andavano subito, io ho chiesto chi fossero e l’unica mora del gruppo mi risponde: “Random people!”.
Poi siamo scesi, abbiamo raggiunto la pista principale e ci siamo schiacciati in mezzo alla pista mentre il DJ metteva sul piatto una versione ritmatissima di I Feel Love di Donna Summer. E’ incredibile come suoni attuale, quasi trance, l’arpeggio di sintetizzatore scritto da Giorgio Moroder nel lontano 1977.
Non ho portato come me la macchina fotografica quella sera, ma nella sezione Gallery del sito web del club prima o poi dovrebbero apparire le foto della serata.
Non ho ancora ben compreso il funzionamento delle linee bus londinesi.
Venerdì notte siamo finiti direttamente al capolinea del bus a Victoria Station senza accorgerci della fermata di Piccadilly, mentre al ritorno dal Ministry dopo accurati controlli incrociati sulle tabelle sembrava evidente che dovessimo prendere il numero 53 per tornare verso l’hotel. Invece una volta arrivato il 53 chiedo conferma al conducente e lui mi risponde lapidario: “No, 453″, passato ovviamente solo qualche minuto prima.
Abbiamo aspettato quindi il numero 453, il quale è arrivato dopo venti freddissimi minuti. Chiedo nuovamente conferma per la destinazione e finalmente ci dirigiamo verso il nostro albergaccio, non prima di essere incappati una esercito di controllori saliti in piena notte ad una fermata intermedia.
Il 18 e il 19 Novembre le linee Central e la District non erano attive causa lavori, sicché le altre linee della zona 1 erano parecchio affollate. A parte questo inconveniente usare la metropolitana londinese è comodissimo. All’arrivo abbiamo comprato un abbonamento di tre giorni risparmiando così un po’ di soldini.
Ecco l’immancabile trafiletto di lamentele sul pessimo clima di Londra, penserete voi. Di pioggia ne abbiamo presa ma solo nel tardo pomeriggio di Venerdì, e più precisamente all’aeroporto e immediatamente prima di entrare in hotel. Poi ci siamo goduti due giorni di cielo limpidissimo e un bel sole splendente, tant’è che Sabato pomeriggio siamo stati ad Hyde Park e abbiamo scattato qualche foto per immortalare l’evento.
Per un turista che arriva da Eurolandia nulla sembra essere a buon mercato a Londra. Ed in effetti è così. L’alto tenore di vita della City ed il cambio EUR/GBP intorno a 1.5 rende tutto terribilmente caro.
A meno che non vi accontentiate dei soliti kebap all’angolo o del Burger King di turno meno di sette Sterline per un piatto di pasta è improbabile spenderle. Per darvi un’idea la carne allo steak house l’abbiamo pagata intorno alle 12-15 sterline.
Andateci, magari aspettando la prossima primavera visto che in questi giorni inizia a fare veramente freddo.
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