Anni 80
Quando ero ragazzo dovevi scegliere in che gruppo stare: dark, paninaro o metallaro. Poi c'erano i secchioni: quelli non se li filava nessuno.
Quando ero ragazzo dovevi scegliere in che gruppo stare: dark, paninaro o metallaro. Poi c'erano i secchioni: quelli non se li filava nessuno.
Libera traduzione di Finding yourself in spareness.
Spesso creiamo la nostra identità usando oggetti.
Abbiamo marchi, slogan o frasi ad effetto sui nostro vestiti per comunicare alle persone chi siamo. Abbiamo tatuaggi o piercing, cappelli da baseball, accessori, telefoni, borse firmate, scarpe Manolo Blahnik e tutto questo esprime agli altri quelli che siamo.
Nelle nostre case quello che è appeso ai muri mostra agli altri chi siamo. I programmi tv che guardiamo, i libri che leggiamo, le celebrità e i blog che seguiamo, i marchi che ci piacciono su Facebook: tutto questo costituisce la nostra identità.
Ma cosa accade se togliamo tutto questo? Quando si è soli con dei vestiti senza marchi né diciture ed una casa vuota e spoglia, come riusciamo ad esprimere noi stessi? Cosa si usa per creare la propria identità? Si potrebbe obbiettare che la nuova identità è definibile come “minimalista”, ma andiamo oltre quell’etichetta.
Nella scarsità noi ci troviamo di fronte ad una mancanza, e questo può essere motivo di inquietudine se non ci si è abituati. Occorre osservare con attenzione a quella mancanza e chiedersi “Cosa mi resta?”.
Quando ci sei solo tu e niente altro, ti devi guardare all’interno. Ti devi chiedere chi sei tu, e di nuovo, questo può essere intimorente. Ti cominci a chiedere se sei all’altezza delle aspettative come persona, e subito dopo ti domandi da dove arriva questo senso di inadeguatezza.
Poi capisci che non c’è niente di più di quello che sei già, e non ci può essere nessuno più adeguato di te, ma solo persone che sono differenti da te. Se tu percepisci quest’ultime come migliori, è solamente dovuto al fatto che le stai misurando con un metro di giudizio creato da altri. Una volta rimossi questi parametri arbitrari e senza significato non c’è più nessun “migliore”, resta solamente ciò che sei.
Ci sei tu ed una stanza vuota, e questo è sufficiente. Tu sei tutto quello che è necessario ci sia in quella stanza, perché tu la riempirai con tua la luce e il miracolo del tuo essere, e in quel momento capirai: gli oggetti che usavi per esprimere te stesso erano solamente un surrogato. Non ne hai bisogno, tu sei abbastanza.
Nella scarsità si basta a se stessi.

Dopo un po’ che frequenti YouTube Italia, ma temo che queste considerazioni si applichino anche ai contenuti in altre lingue, ti accorgi di alcuni temi, tipologie di video e tic che accomunano molti YouTubers. Vediamole in ordine sparso.
Si va dagli italiani all’estero che provano i piatti nazionali e ci dicono quanto sono buoni quelli della loro mamma, agli stranieri in Italia che spiegano ai loro follower d’oltralpe le 5 cose da non fare mai quando si visita il Bel paese.
C’è poi la categoria dei linguisti: dai corsi rapidi di italiano per stranieri ai video in lingua straniera per i connazionali espatriati (pardon expat). Una noia mortale, visto che sono sempre le solite 5 banalità che ricicciano.
I ricettari la fanno da padrone con piatti sono tutti rigorosamente “deliziosi” (e mai “squisiti”) e si sfiora il ridicolo quando ti propinano la pasta al tonno spacciandola come ricetta segreta della nonna o la cottura “senza forno” per la cheese cake.
Abbondano i video acchiappa-clic, riconoscibili perché non ti danno la notizia nel titolo. In questo modo, secondo gli autori, la curiosità prende il sopravvento e lo spettatore dovrebbe essere più invogliato a scoprirne il contenuto.
Su questo fronte attenzione anche ai titoli fatti con lo stampino: “La vera storia di…”, “La verità su…”, “Non comprare … se non hai visto questo”, come se che l’autore conoscesse verità alle quali noi poveri stronzi dall’altra parte dello schermo non possiamo accedere. Byoblu ha costruito un impero con questi mezzucci.
Un tratto particolarmente irritante che merita una sezione tutta sua sono le copertine di alcuni video, voglio sperare pensate per un pubblico più giovane, dove il protagonista appare sempre con delle espressioni enfatizzate, una tendenza che va per la maggiore anche nei talent show televisivi. Emozioni, rigorosamente very, a favore di telecamera.
Arriviamo quindi al vero motivo per cui un creator (sic!) spende tempo ed energie per realizzare questi contenuti: le sponsorizzazioni. Contenuti pubblicitari più o meno camuffati e presenti solitamente a metà del video. Marchette inserite con scaltrezza tra una battuta e l’altra (seamless direbbero i bocconiani) e che casualmente risolvono i problemi di cui si sta parlando nel video.
Non stupisce quindi che un abominio cinese come TikTok vada per la maggiore, dove dei trucchi spiegati sopra vengono di fatto superati dall’interfaccia dell’app stessa, mentre restano i contenuti che hanno il vantaggio di andare dritti al punto. Le idee per realizzare dei contenuti vagamente interessanti però non te le può dare una piattaforma, ed infatti il livello medio è sotto zero.
Sento già arrivare l’obiezione: come per Mussolini “Su YouTube ci sono anche cose buone!”. Ma certamente, immagino che persino su TikTok scavando si riescano a trovare cose interessanti.
Ho scoperto l’acqua calda? Certo che sì. In fondo come posso pretendere che un povero cristo in camera sua abbia i mezzi e le competenze di un autore televisivo? Non tutti possono ambire a diventare la prossima Chiara Ferragni.
Aiuta quindi tenerlo sempre presente quindi ci accingiamo a guardare cosa c’è di nuovo nella nostra home di YouTube. Solitamente sarà immondizia.
In copertina elaborazione di Willian Justen de Vasconcellos su Unsplash.
Il comico Stefano Rapone in una puntata di Battute? di qualche anno fa ci dà la sua ricetta per il contrasto al fascismo dilagante:
Io ogni settimana vado in libreria e sfilo la sovracopertina dei Diari di Mussolini e la metto al posto della sovracopertina del Diario di Anna Frank e viceversa, mica posso stare con le copertine di Anna Frank in mano. E la cosa devo dire che funziona, perché i fascisti iniziano a rendersi conto degli orrori della guerra e la gente normale inizia a pensare che alla fine, dopotutto, Anna Frank ha fatto anche cose buone. Almeno fino quando non si alleata con Hitler.

Alla fine degli anni Ottanta ricordo che mi recavo da un amico che possedeva un Amiga 500 e passavamo i pomeriggi a giocare a vari videogiochi per l’home computer di Commodore.
Uno dei giochi con cui ci divertivamo era uno dei titoli più riusciti di Sierra Online, Leisure Suit Larry III: Passionate Patti in Pursuit of the Pulsating Pectorals, completamente in inglese con grafica a pieno schermo integrata da una casella di testo per inserire i comandi.
C’era da uscire pazzi per capire che verbo utilizzare con gli oggetti nell’inventario del protagonista e come sedurre le varie donzelle della storia, ma questo faceva parte del divertimento.
Al tempo non c’era il web e il passaparola e le riviste del settore (The Game Machine, K, ecc.) erano l’unico modo per tenerci informati sulle nuove uscite.
I giochi tipicamente venivano acquistati e poi passati di mano in mano oppure, più frequentemente, venivano duplicati.
Insieme ad altri amici capitò spesso di andare in alcuni negozi di informatica compiacenti i quali, invece di venderci il videogioco in originale, ci mostravano un nutrito catalogo di titoli duplicabili a prezzi irrisori.
Armato di X-Copy III, un famoso software su Amiga dedicato allo scopo, uno dei ragazzi del negozio duplicava uno dopo l’altro i dischi del gioco usando i cosiddetti floppy disc “bulk”, cioè i più economici. Una situazione paradossale ma così funzionava la cosa.

Icio (Wengè Cafè) Basetta sempre affilata, tequila/vodka liscia e via verso nuove conquiste - ma quando mai? Da anni sempre e solo al Wengè Cafè, la sua seconda casa (ci paga pure l’IMU).
Vasca (Wengè Cafè/Cirkus Italian Bar/Feel) Birra da litro, preferibilmente bianca, ciuffo sparato all’insù, sguardo perso e abbigliamento trasandato, il Nostro è un vero e proprio serial-drinker dall’animo puro.
L’Alcolizzato (Wengè Cafè) È la versione “senza ritorno” di Vasca: una sua proiezione nel futuro dove la disintossicazione è ormai impossibile.
Il Figurante (Wengè Cafè/Cirkus Italian Bar/Feel/Villa Bonin) Impeccabile nella suo completo con giacca e cravatta e l’occhiale da revisore contabile è a suo agio in ogni occasione: feste parrocchiali, after hours, ricevimenti, inaugurazioni e sagre paesane.
Le Analcoliche (Cirkus Italian Bar) Il cocktail di frutta caratterizza le serate fiacche di queste due ragazze che non sono né belle né brutte—sono solo due tipe da bar.
Le Motare (Wengè Cafè) Le “Trop model” extra-large, da Lonigo con furore fanno tappa al Wengè per sentire le cazzate che propina loro il proprietario, certe che quella sarà l’unica conversazione con un uomo che avranno per il resto della settimana.
Cacciari (Julien/Bistrò) Folta chioma, barba curata e parlantina forbita, tra un bicchiere di rosso e ‘na barchetta di pesce crudo incanta gruppi di milfazze che se lo vorrebbero fare. Il perfetto viveur vicentino del nuovo millennio.
Tarantino (Wengè Cafè/Cirkus Italian Bar) Tra un cantiere edile ed una linea di produzione il Nostro passa le serate insieme ad altre mezze seghe a bere birra e importunare le cameriere del Wengè sfoggiando la sua mascella quadrata da novello Duce.
Stavo cercando informazioni sulla discoteca Taxido e mi è apparso tra i risultati questo articolo di Repubblica dell'11 febbraio 1990 firmato da Leonardo Coen. Lo ricopio qui perché ho tentato di ricostruire i virgolettati persi nell’originale.
VICENZA. “Al diavolo l’assessore regionale diccì che vuole dimezzare la notte. La mia notte non sarà sacrificata alla stupidità di qualche politicante che alla vigilia delle elezioni escogita una mossa ad effetto”, s’arrabbia Alfredo Saccardo, trentunenne imprenditore di San Vito vicino Schio, barba lunga alla Mickey Rourke, soprabito blu slacciato, una mascherina di carnevale attaccata al bavero, la sigaretta accesa perennemente, “è passata l’era del coprifuoco”. “Ci tolgono la libertà”, strepitano altri, “non siamo tutti degli ubriaconi, come vuol far credere Aldo Bottin, l’assessore al Lavoro”, aggiunge Antonio Forcato, 32 anni, agente di commercio che abita a Marostica e in discoteca ci viene con la moglie Mary Toniolo, 27 anni: “Nostra figlia è dalla nonna, per noi queste sono vere e proprie vacanze. Un mese e mezzo di libertà guadagnata e poi ti arriva questo tipo che ci obbligherà a tornare a casa, manco fossimo al collegio”.
Butta bene, questo venerdì sera al Taxido di Molvena, tra Vicenza ed Asiago. Dodicimila lire per ingresso e consumazione. Poco più di un cinema di prima visione. Arredamento vagamente liberty attorno alla pedana principale. Di sotto, dove si balla la musica degli anni Settanta, divani fioriti sul viola e il rosa e luci più basse. La gente, alle due, continua a ballare, a bere, a flirtare mentre Borillo, al secolo Roberto Boribello da Vicenza, mixa un po’ di dance music. Al Taxido, che sarebbe l’ americano Tuxedo (smoking) italianizzato, ci vengono tutti. Anche da Venezia, da Verona, da Treviso, da Padova, dove impazza un altro luogo mitico della notte, l’Extra-Extra. Con il Movida di Jesolo, sono la sacra trimurti della disco dance. Sono loro che fanno tendenza. Il cinquanta per cento dei tavoli è sempre prenotato.
Guai a mettere il guinzaglio all’ esercito del sabato sera: “Gli andremo a suonare i clacson delle nostre automobili sotto casa tutta la notte minacciano i futuri scippati delle ore piccole”. Aldo Bottin li ha offesi: “Ci ha trattato proprio come bambini”, è il pianto generale. Al Taxido non si dimenticano il volantino apparso nelle campagne del Veneto, che accusava: “Nelle discoteche c’è Satana?”. Oppure le accorate denunce del senatore dc Angelo Pavan, sindaco di Paese, presidente della Marca trevigiana, sottosegretario agli Interni, che incitava le mamme contro i figli, possibili vittime di incidenti stradali provocati dall’abuso di alcolici somministrati nelle discoteche. La musica rimbomba per pochi intimi, ormai. Son passate le tre di notte. I giovani hanno fatto fagotto. Spariti. Non sono molti, gli irriducibili della notte. Ma non sono nemmeno quei ragazzini che l’assessore bacchettone ha detto di voler proteggere dalle stragi del sabato sera. Gli ultimi a mollare hanno trent’anni, una fauna notturna che non lesina champagne e spaghettate per tirare l’alba. Sesso droga e rock and roll sono in bacino di carenaggio. E fuori, le auto lasciano il parcheggio senza sgommare. Il peccato, in quest’angolo del Veneto bianco e ricco sfondato, ha un volto apparentemente tranquillo. Quello per esempio del Taxido, dove il denaro corre a fiumane ma dove poi si fanno i conti con realtà assurde.
Prendiamo il caso di Marostica, che dista qualche chilometro. Venticinquemila abitanti, neanche un cinema. Qualche piano bar. Massimo divertimento collettivo: la partita di scacchi viventi in piazza ogni due anni. Altrimenti ci si spara, per la noia. Di giorno, vige un solo sport: far quattrini. È l’Eldorado del sommerso, questa campagna punteggiata da immensi scatoloni prefabbricati. Schio e Valdagno, patria del tessile. Le macchine agricole a Breganze. La ceramica, a Bassano del Grappa. Le confezioni, linfa vitale di Marostica. Arzignano, capitale nazionale dell’ industria conciaria. L’oreficeria di Vicenza e dintorni.
Gente laboriosa, fin troppo. Poi, la gente vuol tirare il fiato. Vuole svagarsi. Ma trova ben poco. Perché gli amministratori pubblici hanno fatto ben poco, per accontentare i cittadini del Veneto profondo, questo ti dicono i giovani della provincia: “Così è nato il popolo della notte, così ha cominciato a percorrere la regione da una parte all’ altra per trovare quello che cercava”, ti spiegano in coro. Un popolo costretto a lunghe migrazioni. Quando si trova il posto giusto, si passa parola. Il Taxido lo è da tre anni. A scovarlo ci vuole la bussola, ma tutti sanno dov’è. Il tam tam topografico comincia al casello di Vicenza ovest: “Vai avanti, passati i tre semafori, volta a sinistra e tira dritto fino a Thiene. Qui giri a destra e infili la statale che porta a Bassano del Grappa. Poi chiedi. Tanto, sei quasi arrivato”.
Eccolo, finalmente, il Taxido, una delle settecento discoteche venete che fra pochi giorni dovranno, se passerà in consiglio regionale la proposta di Aldo Bottin, chiudere un’ ora prima, alle due della notte. Un’ora in meno vuol dire il trenta per cento degli incassi vanificato, si sono subito lamentati i proprietari e i gestori dei locali. Un’ora in meno ci brucia il divertimento, hanno protestato i centoventimila discotecari veneti. Il provvedimento è contro gli incidenti e la vita spericolata, si affanna a ripetere Bottin. “Balle!”, ribatte Flavio Faccin, 34 anni, titolare assieme ad altri due soci, del Taxido e di un’altra discoteca, il Paradise di Piovene Rocchette, “sono andato in prefettura, mi sono fatto consegnare le statistiche relative agli incidenti stradali della nostra provincia. Nell'89 ci sono stati 38 morti sotto i trent’anni. Trentacinque di essi sono deceduti nell’ arco della giornata. Solo tre, dopo le due di notte”. “È un pretesto, quello di Bottin e di chi li appoggia. Un calcolo elettorale”, incalza il socio Maurizio Penello, 28 anni, padovano. “Perdere il voto di un rocchettaro, ma acquistare quelli del padre e della madre”.
Una emblematica statua della libertà in miniatura presidia l’ingresso. Cartapesta? Macché, pietra levigata, ventidue quintali, mica uno scherzo. Il parcheggio è zeppo di Mercedes e Bmw, di fuoristrada e grosse cilindrate, è lo specchio di una società dal benessere selvaggio, di una terra che ha visto uno sviluppo impetuoso. “Fasemo festa però rendemo per tre quarti del lavoro d’Italia”, borbotta ancora Alfredo Saccardo, e gli fa eco il Presidente, un orafo pieno di soldi che ha fama di play-boy, alto e capellone. “Ci siederemo in discoteca e non ne usciremo più”, promette invece Maurizio Mattioli, 28 anni, proprietario di una falegnameria a Pegolotto, in provincia di Venezia. Scuote la testa e continua: “Quel Bottin non ha capito nulla. I ragazzini usciranno prima dalle discoteche, e si ubriacheranno per davvero, pur di star fuori tutta la notte”. Qui dentro, per lo meno, restavano al sicuro…. Arriva un piatto di penne e il proprietario stappa un Ferrari brut. Il brindisi, si fa per dire, va alla salute dell’assessore.
Nel 1997, in occasione della centesima uscita della storica etichetta Moving Shadow, Rob Playford e Goldie scrivono The Shadow, un pezzo che si discosta volutamente dagli standard del genere, estremamente cupo, informe e claustrofobico.
Il lavoro di confezionare una traccia più familiare al pubblico viene affidato, tra gli altri, a Rick Smith (parte dei ben noti Underworld), che nel Process Mix reinterpreta l’originale regalandoci una monster track di una furia inaudita.

Gli infradito. La sabbia sotto i piedi che scotta. La sabbia nelle mutande. Le file di ombrelloni. Le sdraio e i lettini. Gli aquiloni. I chioschi. Gli asciugamano per terra. I lungomare dedicati a Lino Banfi, Nancy Brilli e Christian de Sica. I cinesi che ti fanno i massaggi, gli africani che ti vendono gli occhiali, i coccobello rigorosamente italiani. La spiaggia libera. Le docce. Costume intero, bikini o topless? Le chiappe delle villeggianti. Lo spogliatoio con il lucchetto “riservato ospiti Hotel Orizzonte”. L’odore di crema solare. L’odore del mare. Il rumore del mare.
QuBe Hamburgeria. I risto-pizzeria acchiappa turisti “specialità pesce”. La fila fuori dal Ristorante Tempini. La fila fuori dalla Pizzeria Capri. La fila un po’ dappertutto. I bambini con davanti una porzione da camionista di lasagne al forno mentre i genitori si mangiano gli spaghetti allo scoglio. I tramezzini carichi all’Oasi del Panino. La colazione dell’hotel servita troppo presto il mattino.
I minimarket dei cinesi. I minimarket dei pakistani. I minimarket e basta. Le sale giochi. I negozietti di bigiotteria. Gli alberghetti a cinquanta metri dalla spiaggia senza accesso al mare. La pensione “due stelle senza” con la vecchia in ricezione.
Lo Spritz Select perché “alla fin fine siamo a Venezia”. Le caraffe di Spritz Aperol. Il Prosecco. Il Mojito. Il Long Island. L’Americano. Il mal di testa del giorno dopo. Il minibar in stanza pieno di birre. “Oggi non bevo, o meglio bevo di meno”.
L’aperitivo al Casabianca. Il dopocena al Casabianca. “Ma siete sempre al Casabianca?”. Il Marina Club. La mu-mu-musica. Le milf del Marina Club. I drink allungati del Marina Club. La desolazione del TerrazzaMare. Il Muretto. La Capannina. Il Gasoline. Il Vanilla club che non si capisce dove cazzo è.
Le bariste tutte belle. Le cameriere tutte belle. Le turiste tedesche tutte minorenni. “Uno di questi giorni mi ricoverano”. “Uno di questi giorni mi arrestano”.
Piazza Drago. Piazza Carducci. Piazza Brescia. Piazza Aurora. Piazza Mazzini. Via Bafile che non finisce più. Primo accesso al mare. Secondo accesso al mare. Quarto accesso al mare. “Ne abbiamo mancato uno”.
Il sole anche quando non c’è il sole.
Tratto da una recensione su Tripadvisor:
The place looks pretty popular, with a modest share of local yuppies/would-be yuppies, but not only — a lively and somewhat fashionable atmosphere, fun for people watching (engineers may enjoy trying to figure out the physics of high heels on cobblestones).