La libertà
“La libertà è quella cosa che si trova nelle mani del giudice istruttore a seconda che si alzi dal letto col piede destro o col piede sinistro.” — Emile Zola citato da Francesco Cossiga
“La libertà è quella cosa che si trova nelle mani del giudice istruttore a seconda che si alzi dal letto col piede destro o col piede sinistro.” — Emile Zola citato da Francesco Cossiga
“The game was so amazingly popular in Japan that it caused a coin shortage until the country’s Yen supply was quadrupled. (…) Many incidents of juvenile crime surrounded the release of this game. A girl was caught stealing $5000 from her parents and gangs of youths were reported to have robbed grocery stores just so they would have money to play the game.” — Spaceinvaders.de
Torno a casa dagli Stat Uniti e qui mi aspettano gelo, pioggia, stanchezza da jet-lag, raffreddore e nessuna voglia di lavorare. Perfetto.

Continua la mia dolce permanenza a Los Angeles mentre dall’Italia mi arrivano notizie frammentarie con i soliti tristi protagonisti: Berlusconi, Gasparri, Veltroni e l’ennesimo episodio di quella storia infinita che sono gli incidenti durante il G8 di Genova nel 2001.
Venerdì sera Fabrizio mi ha portato allo Skybar sulla Sunset Boulevard, vicinissimo al mio hotel. Il locale è molto cool e posto su di un terrazzo con una vista meravigliosa su Los Angeles. La musica è molto buona – con tanto di live scratch del dj – mentre il vino è piuttosto caro: con 14 dollari vi danno del Cabernet o Merlot di provenienza dubbia in un calicino di plastica. Un dramma per Fabrizio che mi ha rivelato bere solamente vino quando gira per il locali.
Le pupe che bazzicano lo Skybar sono di altissimo livello come ricco è il conto in banca di chi solitamente le accompagna. Durante la serata abbiamo incontrato l’ampio ventaglio di umanità come ci si aspetta da una metropoli: dall’austiaco che lavora a Los Angeles per la Bmw, al ragazzo austrialiano di genitori italiani con sorella a seguito che ha mantenuto viva la lingua dei genitori, a una serie infinita di ragazzine bevute.
Sabato pomeriggio ho preso il bus e sono andato fino a Santa Monica dove ho scattato la foto che vedete in apertura. Il clima era estivo e c’erano molte persone lungo la promenade e in spiaggia.
Per 5 dollari è possibile acquistare un day pass che permette di girare Los Angeles con il Metro Bus. Il biglietto lo comprate direttamente sul bus quando salite infilando le banconote e monetine in una macchinetta accanto all’autista.
Sabato sera sono finito come “imbucato speciale” ad una festa di compleanno di tale Steven, che si occupa di produzioni cinematografiche. Io, Fabrizio e Dror — un amico con il quale divide l’affitto — ci siamo diretti nella downtown di Los Angeles tra i grattacieli.
Abbiamo quindi bussato alla porta della suite 1111 dell’altra sede californiana dello Standard, molto più grande di quello in cui sto io sulla Sunset Boulevard. Ad aspettarci nella suite c’erano oltre a numerosi amici e amiche di Steven, anche un paio di bottiglie di Jack Daniels, snack vari e la biondissima e bonissima Goldie.
Goldie avendo saputo che io e Fabrizio siamo italiani ci ha raccontato le sue disavventure a Roma, dove i ragazzi chiamandola in continuazione Barbie non le davano tregua ovunque andasse. “Is it normal?” — ci chiedeva perplessa.
Siamo poi saliti sul terrazzo e son scattati champagne e balli sfrenati per tutta la ciurma.
Ieri sera tornando da lavoro entro nella lobby dell’hotel, si apre l’ascensore che porta ai piani superiori e davanti a me appare Dario Argento. Sono rimasto immobile per qualche secondo e poi ho pensato: “ma no, sarà uno che gli somiglia”. Intanto Argento si dirige velocemente verso l’uscita quando sento che lo salutano con un “goodbye Dario”.

Scrivo il primo post dalla soleggiata Los Angeles mentre aspetto lo special burger del ristorante dello Standard Hotel. La musica è sufficientemente bassa per riuscire a concentrarsi sulla scrittura. In questo momento sta andando Some People Call Me Space Cowboy — chi la canta?
Arrivo in ufficio intorno alle otto, molto presto per come sono abituato, ma visto che tutti i dipendenti sono lì dalle sette del mattino per seguire l’apertura dei mercati finanziari di New York non mi sembra il caso di rispettare i miei orari abituali.
L’ufficio è all’interno del Maple Plaza in Beverly Hills, un lussuoso complesso con rivestimenti in granito, ampie vetrate, ascensori lucidissimi e velocissimi. Tanto per capirci Fattoc, l’azienda per cui lavoro, è di fianco agli uffici del Private Jet Club.
La colazione è gentilmente offerta dal management dell’azienda che in puro stile Google ho attrezzato un cucinino con tutto il necessario per fare una sostanziosa colazione americana: una decina di tipi di cereali, noccioline, mandorle, frutti di bosco, vari tipi di yogurt magro, latte scremato, frigobar con bibite gasate e non gasate, macchina del caffè-cappuccino-latte macchiato, M&M’s, frutta fresca varia, caraffone con del caffè americano e non ricordo più cos’altro.
Il pranzo è sempre gentilmente offerto dal management ed è a buffet. Ogni giorno a mezzogiorno spaccato un ragazzo della ditta porta una serie di scatole e scatolette direttamente da uno dei ristoranti di fiducia: oggi è messicano, domani italiano, dopodomani chissà. Ognuno passa e si prende quello che vuole. C’è sempre tantissimo cibo e quindi qualcuno approfitta e si porta un po’ di roba a casa per la cena.
L’autista che mi ha traghettato dall’aeroporto all’hotel mi ha detto che i taxi qui si chiamano facendo un cenno della mano, ma io non essendo del posto evidentemente non ho il savoir faire necessario, perché i tassisti non mi calcolano proprio. Fortunatamente proprio davanti all’hotel c’è un parcheggio e al mattino trovo sempre qualcuno pronto a portarmi in ufficio.
Se capitate da queste parti non perdetevi i tassisti russi, i quali mentre siete in viaggio parlano all’auricolare ed incazzandosi con l’interlocutore dall’altra parte della cornetta iniziano a imprecare nella loro lingua.
Quando pagate il tassista e lui vi chiede quanto volete di resto vi sta chiedendo implicitamente quanto gli volete lasciare di mancia. Il primo giorno quando mi sono sentito chiedere dal tassista: “How much change do you need?”, ho pensato: “Ma testa di cazzo se la corsa costa 12,35 e io ti ho dato 20 dollari secondo te quanto mi devi di resto?”
Ho finito il gigantesco special burger e ora mi sto sorbendo una gustosa Caipiriña. Sono qui per lavoro ma mi sembra di essere in vacanza. Dio benedica l’America.
Nel giorno del trionfo di Barack Obama l’ineffabile senatore Gasparri non trova di meglio che dire: “Con Obama alla Casa Bianca Al Qaeda forse è più contenta.” (audio)
“Non voglio ombre teocratiche all’interno dell’amministrazione della cosa pubblica.” — Aldo Busi
“Viene in mente Bertolt Brecht: «Se il Popolo non capisce le proposte del Partito, allora cambiamo il Popolo». Nell’attesa il Popolo ha deciso di fare a meno della sinistra.” – Stenio Solinas
Dopo più di un anno di presenza su MySpace (ho cancellato il profilo — N.d.Rp) mi sono francamente scassato le palle di tutta ‘sta fuffa social, ovvero quella rete di relazioni umane più o meno intense che si costruiscono sul web con i cosiddetti social network. In principio era MySpace, ora è Facebook, domani sarà chissà cos’altro, ma gli ingredienti di un minestrone ormai immangiabile sono sempre gli stessi.
Sono d’accordo con Stoitch quando in Amici Amici avverte:
Se ti richiedo io l’amicizia, vuol dire che ho visto il tuo profilo e l’ho trovato interessante, per i motivi più svariati. Se sai che non mi scriverai mai, fai una bella cosa, rifiuta la mia richiesta di amicizia, lo apprezzo infinitamente di più di una amicizia inutile!
A tutt’oggi nel mio profilo ci sono la bellezza di diciotto amici. Una cosa difficile da credere, lo so, ma è così. Con alcuni di questi mi vedo almeno una volta a settimana, mentre con altri causa la distanza geografica comunico via e-mail. Il resto sono persone e band che sono tra gli amici perché a me piace la loro musica.
Ed è grazie a questo dato che capisco di non essere tagliato per il caravanserraglio social. Ho sempre rifiutato certi rituali come concedere amicizie a chiunque, spedire messaggi solo per sapere come va, commentare foto a tutto spiano, rispondere a test chilometrici o altre sciocchezze di pari livello.
Per compensare questo mio rifiuto ho quindi una proposta rivoluzionaria: volete comunicarmi qualcosa di interessante o divertente, qualcosa di più significativo di un salutino come è prassi fare su MySpace? Bene, allora scrivetemi un messaggio tramite la cara vecchia posta elettronica. Il mio indirizzo è:
andrea {chiocciola} redpunk {punto} com.
Il tutto vi sembrerà nuovo e piuttosto faticoso se siete abituati a inondare MySpace di commentini stronzi, locandine di concerti a cui nessuno assisterà mai, messaggi pubblici che dovrebbero essere privati e amenità di questo tipo, ma ho fiducia in voi e so che ce la farete.
“…se nel 2006 eravamo il 7% del social web e adesso ne rappresentiamo i due terzi.” — Mark Zuckerberg